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Solo così riesco ad ottenere quegli effetti di realismo e di visionarietà che rincorro con l’immaginazione
Mario Schifano (1934-1998)
GNAM – Galleria Nazionale D’Arte Moderna
Wednesday 11 June 2008 - Sunday 28 September 2008
Add comment June 11, 2008
Antonio Briceño
© Photos: Antonio Briceño
Series: Arará. Guacamaya. Cultura Kayapó, Brazil, 2006
Arará IV. Arará V. Arará III (left to right)
Photographs
Add comment June 10, 2008
Deposizione (Jimmi Durham – Jannis Kounellis)
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I.V: Il titolo dell’installazione è Deposizione. Ed è costituita da diversi elementi, tra cui una grande pietra nera.
Jimmie Durham: Ho iniziato trovando una pietra. Non da un’idea. Ho trovato questa pietra. E l’ho presa. Affinché diventasse un’opera d’arte. Così l’ho portata da Berlino a Roma. L’ho trovata in uno di quei grandi negozi di pietre dove mi ha portato Maria Thereza dicendomi “devi vedere questo deposito di pietre!”. Lì ho incontrato la pietra nera..
I.V: Quando si raccoglie una pietra è come se già si modellasse lo spazio… Perché lo spazio intorno a questa pietra è pieno di bicchieri rotti?
J.D: Volevo dare l’idea che la pietra volasse…come se la pietra potesse volare. Non è vero, ma è come se la pietra esprimesse di per sé un desiderio di volare. La pietra ha la pretesa di volare. La mia pretesa invece è che volasse su e giù per rompere i bicchieri per poi tornare al suo posto.
I.V: Vuole dire che un corpo in apparenza statico è già in movimento?
J.D: Sì penso che nella pietra ci sia un intrinseco movimento. Poi la pietra di ossidiana è una pietra vulcanica. Mi sono immaginato questa pietra che vola nell’aria fuori dal vulcano e atterra.
I.V: E atterra a Roma sulla scala. Perché rompe i bicchieri?
J.D: Si trasformano. Quando fai arte la complessità entra nel lavoro e così molte metafore vi girano intorno. Metafore che non sei tu a mettere, ma diventano comunque parte del lavoro. Così come aggressione e violenza entrano nell’opera, e una certa idea di conflitto. Non sono io a disporre questo conflitto, ma succede.. è il conflitto a entrare nel lavoro. Se tu confessi questo, già sei ad un buon punto. Senza sapere che stai confessando qualcosa.
I.V: Ma i bicchieri dell’installazione non sono un’immagine conflittuale.
J.D: Per me la politica è anti-monumento e sono contro l’arte monumentale. La pietra nera pretende di essere un monumento, ma tutti sanno che non lo è.
I.V: Si tratta di un’installazione politica?
J.D: Quando faccio politica in senso stretto sono attivista e milito. Quando faccio arte sono un intellettuale, non sono politico, non rilascio istruzioni. Contemplo.
I.V: Come è possibile fare politica senza operare violenza?
J.D: Non saprei…negli anni settanta ero più “violento” (ride), poi sono andato in un posto in Siberia dove ho conosciuto gente bellissima che pratica una resistenza attiva senza violenza. Non ne avevano l’opportunità. La violenza era talmente agita su di loro che non si potevano permettere di resistere con la violenza. Per noi invece era il contrario : ci chiamavano a rispondere con violenza in quanto se non avessimo risposto in quel modo ci avrebbero ammazzato tutti. Era una situazione differente. In un certo senso le popolazioni in Siberia hanno resistito meglio, efficacemente, senza usare violenza. Purtroppo adesso non stanno meglio perché di nuovo il loro territorio è aggredito. L’America è invece un continente violento che pratica violenza continuamente. Se c’è un modo di resistere senza violenza non lo si scorge. Di conseguenza sono molto turbato ed indeciso su come muovermi e su cosa fare e come comportarmi
I.V: E la questione dei diritti umani dopo Beijing ?
J.D: In America purtroppo domina ancora Hollywood, una dominazione visiva ed individualista veicolata attraverso dei film stupidi
I.V: Il suono dislocato nell’altra stanza è un altro elemento di Deposizione.
J.D: All’inizio volevo semplicemente registrare il suono dei bicchieri che si infrangono perché sapevo sarebbe stato un bel suono. Poi mi hanno suggerito d’installarli a sé e così è stato.
I.V: Forse la via della resistenza è l’ascoltare?
Forse la via della resistenza è l’ascoltare.
I.V: C’è un discorso sulla memoria in quanto dimensione storica nel tuo lavoro?
J.D: Per me c’è un elemento personale e privato. Non mi dispiace raccontare una storia, ma la storia non deve saturare il lavoro. Sono storie private. Non mi piace la narrazione. Già gli oggetti portano un peso, la narrazione è un peso ulteriore. I.V: Questione di relazioni. Che tipo di relazione abbiamo con la pietra?
J.D: È una relazione che si concorda con la pietra. Se camminiamo sul pavimento, anche se ci togliamo le scarpe, i piedi fingono di non sentirlo e la pietra/pavimento a sua volta finge di non sentirli. Una finta indifferenza tra corpi… così ci dimentichiamo del corpo.I.V: E quando tocchiamo la pietra abbiamo una memoria del corpo?
J.D: Quando tocchiamo la pietra, ci ricordiamo del corpo.
DEPOSIZIONE #2 : JANNIS KOUNELLIS
I.V: Il titolo dell’installazione è Deposizione. E si compone di tavoli ricoperti di lastre di piombo e un letto. Un’indagine sulla “mobilità” dello spazio?
J.K: Io appartengo ad una generazione che ha visto. Fin dall’inizio si è capito che l’essenza non è nella spazialità ma nella mobilità, anche se non c’era niente. Io ho portato qualche cosa e questo è la mobilità, è l’essere dialettico con lo spazio che fa parte della mobilità.I.V: Ogni posizione nello spazio è già una deposizione?
J.K: È un’altra cosa. Anche un’anfora greca è una deposizione. Ed è sempre stato così. La deposizione riguarda questo corpo che non ha vita e si depone. Al contrario, quando il corpo ha vita non si depone. Senza vita c’è deposizione del corpo: lo si prende per situarlo in una maniera significativa, gli si dà una posizione significativa secondo la tradizione. Lo si depone. Una di quelle cose che accade ad esempio nel sud, per cui la gente piange.
I.V: Il letto è il punto cieco dell’installazione?
J.K: Il letto è uguale ai tavoli. La differenza è nel suo essere nero, che è un colore violentemente neutro e anche luttuoso se vuoi. In ogni caso, una presenza inconfondibile che determina la misura del letto e che, guarda caso e su per giù, è come un uomo. Il letto sta a significare l’ideologia dell’uomo che non si abbandona né come misura, né come segno, né come prospettiva e rimane lì nella sua certezza senza che possa passare altra idea.
I.V: Un corpo "privo" di vita “occupa” lo spazio?
J.K: Non solamente “occupa” ma determina lo spazio. Il corpo è un segno filosofico determinante. Il corpo indica.
I.V: Un’indicazione che già si annuncia ne “l’alfabeto”?
J.K: È diversa. Lì c’era una indicazione ermetica e anche fonetica. Per quanto l’ermetismo rimane in tutto per quello che mi riguarda. Non l’ho mai abbandonato
I.V: Un indizio che ha un suono?
J.K: Il corpo non ha un suono. La freccia e la lettera avevano una loro collocazione semantica e fonetica. Il corpo non è fonetico. Il corpo è un dato profondamente legato alla nostra cultura che è difficile abbandonare in ogni caso. I.V: Per questo ha iniziato a lavorare con dei mobili?
J.K: Il tavolo è uguale al letto. Come le porte sono fatte nella stessa misura. Appartengono alla stessa famiglia. I tavoli di questa installazione sono alti su per giù 80 centimetri. Quelli inglesi ad esempio un po’ più piccoli.
I.V: A misura d’uomo?
J.K: Quando si dice “a misura d’uomo” è estremamente significativo. Poi c’è l’antropomorfia. Che è un’altra cosa ma fa parte dello stesso pensiero. In passato ho messo un quintale di carbone all’angolo. E portare un tavolo ha una sua intrinseca coerenza. Non cambi strada.
I.V: L’atto di portare il tavolo fa parte dell’installazione ?
J.K: Ha un suo peso e immediatamente vedi di quello che si tratta.
I.V: Le lastre di piombo significano questa opacità del corpo?
J.K: Questo è il piombo. Opacità estrema del corpo. Quando il piombo ricopre tutti i tavoli li rende uniformi. E’ vero che tra queste dimensioni ci sono tagli ma tutte insieme creano questo corpo nuovo…come il Cristo di Mantegna è un corpo.
I.V: Un corpo ricomposto?
J.K: Perché è un corpo. Ricomposto in quanto corpo. Non è frammentato.
I.V: Ma costituito da parti..
J.K: Un corpo che si costituisce a pezzi, che poi diventa un organismo unitario e così diventa un corpo. Poi c’è una ferita che è labirintica ossia un’entrata. E in questa entrata c’è il letto nero. È tagliato, e il letto è inserito. I.V: Il corpo “privo di vita” è un corpo “morto”?
J.K: No, è un’altra idea di corpo. Questo corpo è “privo di vita”, non ha mai respirato, ma ha un suo perché linguistico e anche emotivo.
I.V: Un movimento di altro ordine?
J.K: È dialettico. L’importante è che ha una sua idea, un’idea di emotività che rimane.
I.V: A Pescara inaugurò la Galleria Pieroni
J.K: Il piombo c’era sempre. Tutte le porte della galleria erano di piombo. Erano semichiuse. In quella angolazione né si potevano aprire, né si potevano chiudere
I.V: Un’emotività portata al limite?
J.K: Al limite è tutto. Quelli invece erano altri tempi. Non so quanti anni sono passati e perché sono passati. Non è per ricordare. Non mi interessa. Penso però che è stata una cosa estremamente importante come indicazione di libertà e come invenzione della tradizione. E’ difficile dimenticare questa idea di fondo che ci ha fatto viaggiare e ci fatto incontrare persone. Un essere attratti e attraenti. Non si dimentica ed è una cosa fondamentale.
I.V: C’è un affetto delle cose?
J.K: Da quello che era un quadro tonale si è appresa una realtà che non è tonale. Si vive dentro l’opera. E infatti è molto più grande di una persona. In un quadro tonale c’è sempre in qualche modo la raffigurazione del centro. Questo è un cambiamento fondamentale: non c’è più questo centro compositivo dell’opera. E invece c’è un’altra maniera di essere quadro, di vivere un quadro, ma anche di essere artista. Completamente diverso. Potresti anche fare un quadro, ma di per se non affronta quel tipo di problema.
I.V: Più fuochi di attenzione?
J.K: Che tu vivi l’opera. Ad esempio: per andare da andare qui a là ci impieghi del tempo. Il tuo corpo è molto più piccolo di questa installazione. Il corpo vive dentro ed è improbabile che tu possa utilizzare questa installazione per decorare la tua camera.
I.V: Una diversa vivibilità dell’opera?
J.K: Diventa vivibile e invivibile
I.V: Per questo la sua vicinanza al teatro?
Capire bene l’arte italiana significa comprendere che il teatro c’entra. Perché nell’opera c’è sempre la drammaturgia. Un lavoro di Caravaggio è un lavoro drammaturgico. E non si capisce dove non ci sia dramma.
I.V: Il pappagallo è volato via?
J.K: Il pappagallo vive ancora
I.V: Aleggia?
J.K: No vive benissimo.

Add comment June 10, 2008
Sergey Bratkov . Glory Days
Sergey Bratkov
Mickey Mouse from the series “Juvenile Detention”, 2001
Lambda print, 120 x 90 cm
Courtesy Regina Gallery, Moscow – Copyright: Sergey Bratkov
Sergey Bratkov Glory Days
7 June to 24 August 2008
Fotomuseum Winterthur
Grüzenstrasse 44+45
CH-8400 Winterthur (Zurich)
Switzerland
http://www.fotomuseum.ch
Biography: Sergey Bratkov, born 1960 in Kharkov, Ukraine, has been living in Moscow since 2000. Together with Boris Mikhailov and Sergey Solonsky he formed the Fast Reaction Group from 1994–1997. In 2002 he took part in the 25th San Paolo Biennale, São Paolo. Last year, he was represented in the Ukrainian pavilion at the 52nd Venice Biennale. His solo exhibitions include Faust and Margherita, Center for Contemporary Art, Kiev, 2003; S.M.A.K., Ghent, 2005; Part of my Life, Moscow Museum of Contemporary Art, Moscow, 2006; BALTIC Centre for Contemporary Art, Gateshead, 2007. Sergey Bratkov is represented by Regina Gallery, Moscow.
Add comment June 7, 2008
Mostre Sparse, Pensieri Persi, Estraneazioni in diretta, Breadbaskets (o quasi)
Sono uscita dal mio bunker per qualche ora. Il tempo di fare un giro per la città di Roma, vedere qualche mostra, salutare un paio di amici e vedere un po’ che aria tira.
4 June 2008, Rome – An unprecedented partnership among key players in agricultural development aims to significantly boost food production in Africa’s “breadbasket regions,” link local food production to food needs, and work across Africa’s major agricultural growing areas—or agro-ecological zones—to create opportunities for smallholder farmers. Today’s agreement marks a significant transformation in the way major global agencies work with smallholder farmers to assist them in solving Africa’s chronic hunger and food problems.The “Memorandum of Understanding” was signed today by the Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA), the Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO), the International Fund for Agricultural Development (IFAD), and the World Food Programme (WFP) at the FAO High-Level Conference on World Food Security.
Non parlerò più di tanto dell’estasi di potere che sta avvenendo dalle parti della FAO Food Summit, che ha bloccato una città intera per far circolare i potenti. Ho solo sentito un breve comunicato stampa che diceva : dalle parole passeremo ai fatti. Come se le parole non fossero importanti. Le parole sono fatti rivoluzionari, il linguaggio è fondamentale in ogni cambiamento. Per cui mi è sembrato alquanto reazionario sia il comunicato, sia il summit, sia la confessione di fallimento riguardo gli interventi strutturali che hanno fatto in questi anni. Ancora più preoccupante quando alla negazione dell’operato si ipotizzano nuovi finanziamenti agli stessi organismi che si sono autodichiarati incompetenti. Fortunatamente ho trovato un varco per raggiungere l’altra sponda del fiume.
Al primo vernissage serio (quello con il buffet e l’alcol intendo) è successa una cosa che mi sarei volentieri risparmiata, da una parte, perché come tutte le cose che accadono hanno conseguenze inaspettate. Ho fumato una sigaretta. Premetto che ho smesso da circa 15 mesi. Dopo venti e più anni di solida ciminiera. Come raccontavo, l’effetto è stato come se avessi sbattuto la capoccia su un palo. E avessi riacquistato la memoria. Insomma una bella cosa, se non fosse che quel che torna non è tutto bello. Tra cui l’incubo di dover riniziare tutto da capo.
L’effetto immediato è stato quello di aver riacquistato la voce. Così appena ho incrociato Ernesto Neto non mi sono potuta esimere dal chiedergli perché avesse messo una cornice pesante di legno nell’installazione al Macro. Una variazione importante per il suo lavoro di lycra, esteso. Mi dice che sta lavorando sul frame. L’idea di bordo e delimitazione dell’opera. Lo capisco, anch’io non esco più di casa. E poi “l’opera è come un fiore. Noi siamo gli insetti”. Presto cannibali, Ernesto.
Per Volume ha invece riproposto questa idea strutturata in Lycra nera che occupa “1/3″ dello spazio. Ci si cammina dentro, a testa bassa, fino a quando un buco nella tela ti consente di alzare la testa e prendere fiato. Strategia della groviera. Ottima idea.
Un’altra mostra notevolissima, soprattutto per la Roma che langue da tempo, è quella di Gregor Schneider : due spazi neri, speculari, in cui l’artista ha ricostruito quattro ambienti tra cui un bagno, una prigione, e la camera da letto dei genitori. Ogni tanto s’incontra un corpo a terra di natura caravaggesca. Qualcosa è successo. Ci sono degli indizi, impercettibili. L’effetto è fantasmatico. Ti ritrovi catapultato=a senza quasi accorgerti di nulla. Bella, bella, bella. Qualche scatto rubato:
Interruzione Skype :
[11.33.00] Riccia scrive:
[11.33.51] Ilari scrive: ciao
[11.35.00] Riccia scrive: http://www.corriere.it/Esteri/2008/Primarie_USA/rodota_clinton_vittima_del_complesso_mr_big_22fa5d30-31f9-11dd-a39e-00144f02aabc.shtml
[11.35.21] Riccia scrive: perché non scriviamo qualcosa?
[11.35.41] Ilari scrive: si facciamo passare qualche giorno, raffreddare i corpi
[11.35.46] Ilari scrive: su obama
[11.35.50] Ilari scrive: hillary
[11.36.15] Riccia scrive: l’articolo dice che non siamo in grado di stare sole
[11.36.27] Riccia scrive: abbiamo bisogno di conferme
[11.36.36] Riccia scrive: porca troia c’ha ragione
[11.36.37] Ilari scrive: ti confermo
[11.36.47] Riccia scrive: (chuckle)
[11.44.39] Ilari scrive: ti confermo che siamo due stronze[11.44.45] Ilari scrive:
![]()
[11.44.46] Riccia scrive: :O
[11.45.00] Ilari scrive: ma non ti preoccupare
[11.45.09] Ilari scrive: pure hillary non ce l’ha fatta
[11.45.18] Riccia scrive: appunto
[11.45.22] Ilari scrive: “l’importante è partecipare”
[11.45.25] Riccia scrive: non ce la facciamo
[11.45.35] Riccia scrive: porca puttna
[11.45.39] Riccia scrive: puttana[11.45.41] Ilari scrive: perché siamo di sinistra—
[11.46.21] Riccia scrive: e se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante, cancella col coraggio quella supplica dagli occhi…diceva battisti
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Riccia, prima che ci dimentichiamo: oggi pomeriggio c’è la mostra Antidoto Dialogico / Dialogue as Antidote!
Augusta Atla, Patricia Carmo Baltazar Correa e Elly Nagaoka
Progetto e testo introduttivo di Roberto Annecchini, per la cura della programmazione -Concept 2008 Change + Partner-. un ritorno d’interesse verso un’arte di rigorosa riduzione, minimal, neo-geo, abstract-figurato, dalla sensibilità ascetica. Un’arte che non consente facili sentimentalismi seduttivi formali, ma che si propone con un’etica morale metodologica, progettuale e costruttiva, dai forti contenuti strutturali, verso una ricerca universale e antropologica. Assemblaggio, attuale nomadismo, e confronto ”oggettivo”.
Inaugurazione giovedi’ 5 giugno dalle 18 alle 21
Change + Partner Contemporary Art
via Di Santa Chiara, 57 Roma
lun/ven 16/19
Add comment June 5, 2008
Mona Liza Toaster, 2007
KRISTOFFER AKSELBO
Mona Liza Toaster, 2007
(modified toaster, aluminium plates with
cut-out images 21 x 30 x 16 cm)
Add comment June 4, 2008
Fuck Off
Martin Creed
Work no. 240, fuck off, 1999
White neon letters
12″ high
Collection of Rosa and Carlos de la Cruz
Add comment June 4, 2008
Mentre niente accade/ While nothing happens: Ernesto Neto – MACRO HALL – Roma
[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
Nella MACRO HALL di Roma, una grande installazione di Ernesto Neto (1964, Rio de Janeiro, Brazil) intitolata Mentre niente accade/ While nothing happens, 2008 mi ha ricordato i versetti del Cantico dei Cantici.
La scultura in lycra, legno, spezie, sabbia, agganciata alle capriate in ferro della copertura in vetro della galleria, arriva sospesa fino a circa un metro da terra come una fontana sigillata. Una struttura di luce e peso, in equilibrio tra opacità e trasparenza. Certo assomiglia ad un fiore che, mosso dal soffio e dal vento, spande profumo di 5 spezie macinate: il pepe, il cumino, i chiodi di garofano, lo zenzero, la curcuma. Ma non bisogna farsi ingannare dai sensi: l’opera d’arte invita semplicemente il pubblico ad attraversarla, e inebriarsi. Come una danza organica anche il nostro corpo traspira nello spazio intorno. Mentre niente accade.
Ernesto Neto al MACRO
29 Maggio 2008 – 28 Febbraio 2009
Add comment May 30, 2008




